MARIA ROSA TABELLINI, PER FESTEGGIARE UN NUOVO POZZO IN CAMERUN, CI PROPONE UNA POESIA

Africa

Africa, Africa mia

Africa dei fieri guerrieri
nelle savane ancestrali
Africa che la mia grande-Madre canta
Sulla riva del suo fiume lontano
Io non t’ho mai conosciuta
Ma il mio sguardo è colmo del tuo sangue
Del tuo bel sangue nero sui campi versato
Il sangue del tuo sudore
Il sudore del tuo lavoro
Il lavoro della schiavitù
La schiavitù dei tuoi figli

Ma Africa, Africa dimmi
Sei proprio tu questa schiena che si piega
E si prostra sotto il peso dell’umiltà
Questa schiena tremante striata di rosso
Che acconsente alla frusta lungo le strade del sud

Allora gravemente una voce mi rispose
Figlio impetuoso quell’albero robusto e giovane
Quell’albero laggiù
Splendidamente solo in mezzo ai fiori
Bianchi e appassiti
È l’Africa la tua Africa che ricresce
Che ricresce pazientemente ostinatamente
E i cui frutti danno a poco a poco
L’amaro sapore della libertà.

[David Diop, Coups de Pilon, 1956, da Poemi della Negritudine, presentati e tradotti da A. Colletta, Moda Modu, Trepuzzi (LE) 2013]

Chi, come me, l’Africa l’ha conosciuta soltanto attraverso la letteratura o i racconti di chi l’ha vissuta non in veste di turista, può ugualmente capire, se pur alla lontana, che cosa significhi il “mal d’Africa”. E, con sforzo, può forse anche intravederne la luce intrappolata negli occhi di coloro che percorrono paludati in abiti sgargianti le nostre spiagge vacanziere per offrire oggetti vari, suscitando curiosità o indulgenza, o irritazione fino all’astio. Talora, vendono libri. Questa poesia mi è giunta così, da un’antologia venduta in spiaggia. La riporto a corredo delle notizie che ci arrivano da un microcosmo raccolto intorno a un pozzo…

Il termine “Negritudine”, coniato dal giovane intellettuale antillano Aimé Césaire nel marzo del 1935 a Parigi, indica il movimento di affermazione della specificità culturale africana e, nel contempo, il rifiuto dell’assimilazione forzata ai bianchi.
Ma “Negritudine” è innanzitutto la rivendicazione di un vissuto, l’espressione di un legame intenso con la terra-madre: un legame a volte sereno, come per Senghor, poeta e uomo politico che fu eletto presidente del Senegal nel 1960, dopo la fine del colonialismo francese e guidò la nazione per venti anni. Ma può essere anche un legame idealizzato e sofferto, come quello di David Diop, che l’Africa non l’aveva conosciuta perché nato a Bordeaux nel 1927.
Vi morì però tragicamente assai presto, nel 1960 a Dakar, per un incidente aereo che ne stroncò l’impegno volto a rendere migliore il futuro dell’Africa.
[Maria Rosa Tabellini]